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7/24/2008 Se la Memoria ha un Senso (Dedicato a quanti inneggiano a chi non conoscono)...![]() ![]() Le truppe italiane sono state ficcate nella fornace sovietica dalla sbruffonaggine di Mussolini.
L'autore della frase più cinica del XX secolo ("Ho bisogno di un migliaio di morti per sedermi al tavolo della pace") insiste con Hitler nel giugno del 1941 affinché consenta ad alcuni reparti del Regio Esercito di marciare accanto ai camerati tedeschi (...) Sono in tutto 62.000 uomini riuniti nel CSIR (Corpo di spedizione italiano in Russia) al comando del generale Messe.
Nelle pianure dell'Unione Sovietica si palesa da subito l'assoluta impreparazione degli alti comandi, il ridicolo addestramento dei soldati, l'inadeguatezza dei tanti sottufficiali promossi ufficiali per riempire i quadri necessari alle smanie di grandezza del Duce. I nostri generali hanno in genere l'aria e le rotondità di furbi commercianti di paese. Sono più larghi che lunghi, quando assumono una posa marziale strappano un sorriso. Per parlare alla truppa sono costretti a salire su un palchetto, che spesso è una cassetta di riserve alimentari (...)
La speranza di molti gerarchi e di molti generali è che la campagna evolva in un'avanzata a rimorchio della Wehrmacht e che procuri l'abituale messe di promozioni e di medaglie: le prime comportano discreti aumenti di stipendio, le seconde i giusti ornamenti da esibire al petto nelle sfilate del regime.
Ma gli spazi infiniti e incolmabili dell'Unione Sovietica hanno in serbo amare sorprese (..)
Con la primavera riemergono le incomprensioni (con i tedeschi N.d.R). Gli italiani chiedono baracche, equipaggiamento, cucine da campo. I tedeschi sono esterrefatti dalla pochezza del CSIR, dalla pretesa di Mussolini di farsi bello caricando l'intendenza sulle spalle dell'alleato. Riaggalla il malanimo germanico nei confronti del camerata con le pezze al culo. Si diffonde negli alti gradi della Wehrmacht il retropensiero che le attuali difficoltà siano dovute ai ritardi accumulati dall'Operazione Barbarossa a causa dell'attacco contro la Grecia per togliere dalle peste gli italiani. Quelli del CSIR diventano i soliti mangiaspaghetti lamentosi, il dito tedesco puntato sulla nostra deficitaria preparazione militare (...)
La Russia denuda le smargiassate di Mussolini. Che il nostro esercito sia solo da parata è noto (...)
Nell'aprile del 1942 Hitler ha bisogno di rimpinguare lo schieramento. Il CSIR, accettato nove mesi prima per le insistenze del Duce, è ormai considerato insufficiente. Hitler pretende divisioni su divisioni. Nonostante in Africa sia crisi nera, Mussolini è incapace di resistergli. All'inizio parla di mandare venti divisioni, congettura di formarle negando al Terzo Reich i 150.000 operai richiesti in aggiunta ai 200.000 che già lavorano in Germania. L'opposizione del re e le sorti della guerra lo riportano in terra; decide comunque di muovere le truppe migliori, gli alpini.
Il solo che ha il coraggio di opporsi è Messe. In Italia per un periodo di riposo, il generale scopre che è stato deciso l'invio di un'armata. I suoi appelli a non commettere un così grave errore cadono nel vuoto. Nessuno negli alti gradi ha voglia di questionare con il Duce. Il capo di stato maggiore, Cavallero, lo invita ad essere fiducioso. Ma Messe, che ha compreso l'imposibilità di giungere ad una vittoria, che conosce i limiti tecnici e di preparazione dell'esercito, che ha visto le scarpe dei soldati aprirsi come fiori al contatto con la steppa ghiacciata, che in una relazione ha scritto che il cannoncino da 47/32 è impotente contro i grossi carri, non si arrende. Il 2 giugno ottiene il sospirato colloquio. Esorta Mussolini ad essere prudente, a valutare i rischi di questa seconda spedizione, a non privarsi degli alpini, l'ultimo Corpo che gli resta per difendere l'Italia in caso di problemi. "Caro Messe" è la replica "al tavolo della pace i 200.000 dell'ARMIR peseranno molto di più dei 60.000 del CSIR".
Ancora il tavolo della pace: quante famiglie dovranno piangere per quest'ossessione (...)
Sessant'anni dopo la disfatta le cifre rimangono approssimative e ormai è chiaro che lo resteranno in eterno. Secondo l'ultima ricerca dell'Unione nazionale italiana reduci di Russia (Unirr) , i morti dall'estate del 1941 all'inverno del 1943 furono oltre 104.000: 5.000 fino al 10 dicembre 1942, 29.000 nel mese e mezzo di ritirata, in cui furono coinvolte le sette divisioni di fanteria e le tre alpine, 70.000 nei campi di concentramento, dai quali tornarono poco più di 10.000 militari.
![]() Tratto da "Tutti i vivi all'assalto" di Alfio Caruso, Milano 2005
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